Gibellini Proxima 45

Era da molto tempo che desideravo di provare una Folding Camera grande formato. Sin dagli inizi della mia carriera fotografica sono sempre stato attratto dall’iconico gesto dei grandi maestri che indossavano il panno per entrare in un mondo oscuro, dove la luce passa solo attraverso il soffietto e l’immagine appare capovolta sul vetro smerigliato. Una sorta di rituale magico, avvolto in un’aurea di mistero che mi ha sempre incantato. E poi sono veramente tanti i lavori dei grandi fotografi che negli anni ho potuto apprezzare e che hanno utilizzato questa tecnologia per raccontare la loro visione. A partire da Ansel Adams, che ha mostrato al mondo i grandi Parchi Americani, a Gabriele Basilico che, con le sue immagini, ci ha raccontato le moderne metropoli, fino ai contemporanei, come Meyerowitz con il famosissimo Cape Light, e Massimo Vitali con le sue spiagge.

Ma adesso, grazie all’amica Alessia Palermiti, che gentilmente mi ha prestato una Folding Gibellini Proxima 45, finalmente sono riuscito a fare i miei primi scatti con il grande formato. Quindi, Dopo una giornata passata in montagna con questa macchina, ho deciso di scrivere un articolo sul mio blog per raccontare la mia prima esperienza con una Folding Camera che, anche se costruita con materiali e tecniche moderne, il suo funzionamento non è molto cambiato negli ultimi 150 anni.

Premessa

Prima di iniziare a raccontare questa mia esperienza, però, ci tengo a precisare che questo articolo non è una recensione del prodotto, in quanto non avendo mai avuto a che fare con il grande formato, ed essendo il mio primo utilizzo, non ho competenze necessarie per fare, appunto, una recensione e, detto francamente, non mi interessa neanche farla. Con questo articolo voglio solo raccontare come è stato il mio primo approccio, le difficoltà e le sensazioni che ho vissuto con il grande formato, al fine di portare un’esperienza a chi eventualmente vuole iniziare a scattare con questo tipo di macchina fotografica. Magari in un prossimo articolo cercherò di entrare più nel dettaglio su come si utilizza una Folding, ma per il momento non mi sento di parlare di argomenti di cui ancora so molto poco.

La macchina

La Gibellini Proxima 45 è una Folding Camera 4×5 pollici (10x12cm) realizzata dall’omonima azienda con nuovissime tecnologie di stampa 3D. Stampata in PLA (acido poli-lattico, derivato dall’amido di mais), garantisce particolare leggerezza nonostante l’elevato numero di movimenti che il banco può effettuare. Questo rende la macchina uno strumento ideale per chi si vuole avvicinare al grande formato e sopratutto un perfetto alleato per chi, come me, ama fare fotografia all’aperto, grazie alla sua facile trasportabilità.

Infatti, il genere fotografico che sono solito fare è la fotografia di paesaggio, per cui non volevo provare questa macchina in un ambiente controllato, ma sin da subito, ho preferito testare l’apparecchio direttamente sul campo, per capire le difficoltà che avrei potuto incontrare su un utilizzo pratico e reale. Il giorno del test sono salito nel Parco Nazionale dell’Aspromonte, il mio paesaggio preferito, e non ho trovato una buona luce, c’era una fastidiosa foschia di scirocco che rendeva l’atmosfera abbastanza piatta, senza contrasti e poco nitida. Ma quel giorno il mio focus non era fare buona fotografia, ma quello di concentrarmi sul funzionamento e imparare come si utilizza la macchina.

I primi guai

Si, perché sembra banale, e per quanto semplice sia la costruzione di queste apparecchi, sono decine i pomelli da svitare e avvitare per mettere in piedi il banco e altrettante decine le variabili da tenere in considerazione per scattare una fotografia. Bisogna controllare i movimenti per aggiustare il piano focale, correggere la prospettiva a mettere a posto la composizione.

E poi c’è tutta la parte relativa alla fase di scatto che comprende anche la misurazione dell’esposizione, che non è per nulla scontata dal momento in cui si utilizzano lenti poco luminose e diaframmi molto chiusi. Se si considera poi di scattare dentro un bosco con una pessima luce e contrasti terribili, le cose si complicano parecchio. Inoltre, comporre non è per nulla facile, bisogna mettere a fuoco con un lentino apposito e l’immagine che appare sul vetro smerigliato è tutt’altro che lo schermo di un monitor. Infatti, le prime fotografie che ho scattato sono state una tragedia, non riuscivo a capire come regolare lo strumento per ottenere un’immagine corretta sul vetro smerigliato.

Metti il panno, guardi dentro e non vedi nulla perché ti sei scordato di aprire l’otturatore. Poi lo apri e vedi solo una palla di luce al centro, il soffietto è troppo disteso, bisogna portarlo alla giusta distanza per abbozzare una prima immagine che poi devi risolvere con la regolazione fine del fuco. Dopo che hai sistemato l’inquadratura inserisci il porta negativo ma ti scordi di togliere il volè o di armare l’otturatore e prima di scattare c’è da regolare ancora il diaframma. Insomma un casino! Per il primo scatto ci sono voluti abbondantemente venti minuti.
– “Questa non è una macchina che fa per me!” … pensai subito!

Però ero salito in Aspromonte appositamente per comprendere il funzionamento di questo apparecchio, quindi pian piano, con un po’ di perseveranza ho cominciato a prendere sempre più confidenza con il mezzo. Ho iniziato a crearmi una sequenza di lavoro ordinata e dopo circa una decina di tentativi avevo già migliorato il mio workflow.

La luce in fondo al tunnel

Stava iniziando a piacermi. Al quarto/quinto scatto avevo automatizzato tutti i passaggi ed era diventato divertente. Si, perché non si tratta soltanto di fare semplicemente la fotografia, ma diventava un vero è proprio stile di lavoro, ultra-rallentato. Cosa che a me, sinceramente, non dispiace affatto. Infatti avevo già potuto sperimentare questa lentezza, perché da tempo scatto in medio formato con una Mamiya RZ67, certo non è paragonabile con il banco ottico, ma comunque rimane un modo di fotografare abbastanza lento.

Non sono una persona frenetica, e non amo la folle velocità a cui siamo abituati a lavorare oggi. Pertanto credo che scattare con il grande formato, anche se ancora è troppo presto per dirlo, possa rientrare nel mio modo di fare fotografia.

A fine giornata avevo esposto tutte e sei le lastre che avevo con me, quindi non restava che rientrare a casa per sviluppare i negativi e vedere i risultati ottenuti, anche se già sapevo che fotograficamente non sarebbero stati importanti. Posso dire che nel complesso questa mia prima esperienza è stata positiva. L’utilizzo della Folding mi ha ricordato molto la sensazione che ho avuto qualche anno prima, quando ho fatto il passaggio dal piccolo al medio formato.

Lo sviluppo Fomapan 100

Per questa mia prima sessione di scatto ho utilizzato la Fomapan 100, una bellissima pellicola in bianco e nero realizzata dalla Foma, un’azienda della Repubblica Ceca che produce negativi sin dal 1921. Per lo sviluppo del negativo è stato necessario un accessorio stampato in 3D e progettato appositamente per essere utilizzato nelle tank che si usano per lo sviluppo dei negativi classici, 135 e 120. Le lastre vanno posizionate con l’emulsione verso l’interno, in maniera tale da permettere alla chimica di agire senza problemi sulla superficie emulsionata.

Per sviluppare le lastre ho utilizzato una tank Paterson, la versione più piccola, per intenderci quella che può sviluppare 2 rulli 135 o 1 rullo 120 oppure, in questo caso, fino a 4 lastre 4×5. Sono necessarie circa 600 ml di chimica, un po’ di più dalla quantità indicata nelle specifiche della tank (500ml) perché ho notato che le lastre sono più alte. Logicamente bisogna fare il caricamento delle pellicole completamente al buio o, come nel mio caso, utilizzando una changing-bag. Una volta caricati i negativi e tolta la tank dalla camera oscura portatile, si può procedere allo sviluppo direttamente alla luce senza problemi.

Come rivelatore, invece, ho utilizzato l’R9 della Compard One Shot che avevo a casa, in diluizione 1+50. I tempi per sviluppo suggeriti dal bugiardino sono di 9 minuti a 20 gradi. Successivamente il classico minuto di stop e subito dopo i cinque minuti di fissaggio per terminare il processo con il lavaggio finale, prima dieci minuti in acqua corrente e poi circa un minuto in acqua demineralizzata con qualche goccia di imbibente.

Nella foto sopra è possibile vedere le lastre arrotolate all’interno dell’accessorio di sviluppo stampato in 3D appena terminato il lavaggio finale.

Il risultato

Come ho già scritto nella parte iniziale dell’articolo, durante la giornata di scatto non ho trovato una buona luce, però devo dire che appena estratti i negativi dalla tank, ho subito potuto apprezzare un risultato superiore alle mie aspettative.

Il negativo, ancora bagnato, si presenta denso e correttamente sviluppato. A prima vista sono abbastanza soddisfatto anche se si nota qualche piccolo graffio causato da me accidentalmente, probabilmente durante l’inserimento nel porta negativo o quando ho caricato le pellicole all’interno della tank. D’altronde era la prima volta che facevo questa operazione, ma in ogni caso poca roba, nulla di particolare.

Nello scatto sopra si può notare come il cielo sia venuto leggermente sovraesposto e il terreno un po’ sottoesposto. Questo a causa della foschia di scirocco di cui parlavo prima, che ha complicato non poco la lettura dell’esposizione. Nonostante ciò i negativi sono ricchi di sfumature e di dettagli. Immagino che anche la gamma dinamica sia superiore rispetto ai formati più piccoli.

A questo punto non mi resta che appendere le pellicole e lasciarle asciugare per qualche ora, in un apposito armadietto che ho realizzato proprio per questo scopo.

Le scansioni

Per la scansione dei negativi ho utilizzato uno scanner Epson V850 con apposito supporto in dotazione per il formato 4×5 e Silverfast 8 come software. Un connubio di grande qualità per la scansione delle pellicole.

Primo scatto realizzato con Gibellini Proxima 45 e Fomapan 100.
Primo scatto in assoluto realizzato con Gibellini Proxima 45 e Fomapan 100.

Sopra il primo scatto che ho realizzato la mattina del test, che dimostra, appunto, quanto è stato difficile regolare la macchina per ottenere il primo fotogramma. Ci sono diverse problematiche di cui non ho tenuto conto, in particolare il fatto che non tutte le lenti sono in grado di coprire i movimenti di macchina. In questo caso, probabilmente, ho alzato troppo la standarta anteriore e nello schermo è apparso il cono della lente. Anzi, se qualcuno di voi può spiegare meglio questo fenomeno può commentare sotto.

Foto scattata con GIbellini proxima 45 e  Fomapan 100
Foto scattata con GIbellini proxima 45 e Fomapan 100
Foto scattata con Gibelini Proxima 45 e Fomapan 100
Foto scattata con Gibelini Proxima 45 e Fomapan 100

Per concludere l’articolo posso dire che, come primo utilizzo sono abbastanza soddisfatto, le foto non mi dispiacciono, anzi, si nota molto quanto grande sia la capacità di risolvenza di questo formato. Tira fuori negativi ricchi di dettagli e stupefacente gamma dinamica. Logicamente la strada per imparare a utilizzare a pieno questo tipo di tecnologia è lunga, ma sono fiducioso che con il tempo si possono ottenere risultati di grande impatto e qualità. Grazie per aver letto questo articolo!

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